Paolo Bozzi e il ritorno della percezione. Perché ”Fenomenologia sperimentale” è un classico necessario

La ripubblicazione di Fenomenologia sperimentale di Paolo Bozzi per Mimesis arriva in un momento in cui la percezione sembra essere stata espropriata dalla sua immediatezza e consegnata ai modelli computazionali, alle neuroscienze e all’intelligenza artificiale. Tutto sembra potersi spiegare attraverso processi neurali, algoritmi e simulazioni. Eppure Bozzi ci ricorda che prima di ogni rappresentazione, prima di ogni teoria, prima di ogni calcolo, c’è ciò che appare. L’esperienza del mondo, nella nuda concretezza dell’evidenza fenomenica, è il momento iniziale del sapere, il punto da cui scaturisce ogni dimensione di senso, ciò da cui il conoscere prende avvio e non un suo semplice riflesso. La sua opera ritorna oggi come un monito e insieme come un invito a ripristinare la centralità dell’esperienza vissuta. 

Figura atipica nel panorama scientifico italiano, Bozzi è stato filosofo, psicologo sperimentale, musicista e lettore appassionato dei classici. Appartiene alla tradizione gestaltista, ma la attraversa con un’originalità personale che intreccia scienza e teoria, esperimento e letteratura. Chi ebbe la fortuna di seguirlo a Trieste ricorda le sue lezioni come un piccolo teatro del pensiero: Galileo e Hume entravano in aula come interlocutori viventi, le illusioni percettive diventavano oggetti da maneggiare con cura meticolosa, Bach poteva risolvere un problema di percezione con la stessa precisione di un esperimento. Nell’eco delle sue parole si avvertiva sempre una fiducia incrollabile nel mondo e nella sua capacità di manifestarsi. 

La forza del suo metodo risiede nella scelta, semplice e radicale, di partire dai fenomeni. L’apparire non è un inganno, non è un velo, non èun abbaglio di cui liberarsi: è il dato primo, inaggirabile, che nessuna ipotesi causale può smentire. Anche il dubbio iperbolico di Cartesio, con il suo genio maligno capace di ingannare i sensi, non può scalfire questo nucleo: si può mettere in questione l’origine di ciò che appare, ma non il fatto che qualcosa appaia. È la percezione stessa a costituire il punto fermo dell’indagine. Questa impostazione percorre tutta l’opera di Bozzi e ne fa uno dei più rigorosi realisti del Novecento. Il mondo non è un’ipotesi, ma un tessuto di fenomeni che la scienza deve comprendere attraverso la loro manifestazione, non contro di essa. 

La fenomenologia sperimentale, così come Bozzi la definisce, è una scienza degli osservabili che nasce nella collaborazione con Gaetano Kanizsa. Il laboratorio triestino ricordava una piccola bottega intellettuale: fenomeni, figure, illusioni e forme venivano trattati come materiali vivi. Non servivano macchinari sofisticati per spiegare un’illusione: bastavano un cartoncino, una forbice, una luce ben orientata e soprattutto uno sguardo capace di cogliere le minime variazioni del visibile. La scoperta non era il punto di arrivo di una teoria, ma l’inizio della teoria stessa. Il legame tra parte e totalità, tra causa e apparenza, tra fisica ed esperienza diretta veniva ricostruito con una cura quasi meticolosa. La ricerca cominciava sempre dai fenomeni e sempre tornava ai fenomeni, come se la realtà fosse un libro che richiede di essere letto con lentezza.In questo senso, il volume riproposto oggi da Mimesis è qualcosa di più di un testo accademico. È una dichiarazione epistemologica e insieme un esercizio di attenzione. Bozzi mostra che l’esperienza immediata non è subordinata alla spiegazione fisiologica, né a quella neurocomputazionale, né all’idea di una cosa in sé che resterebbe nascosta dietro l’apparire. La percezione è autonoma. Il triangolo di Kanizsa, le figure anomale, le ambiguità del campo visivo e gli esperimenti sulla fisica ingenua mostrano che il fenomeno possiede un suo ordine interno che precede l’interpretazione. È possibile studiare questo ordine senza ridurlo a un processo mentale sottostante. Una macchia rossa appare come rossa indipendentemente dal tipo di stimolo che la genera, e può apparire come rossa anche nel caso in cui lo stimolo provenga da una realtà virtuale perfettamente coerente o da una stimolazione elettrica sul nervo ottico. La percezione è qualcosa che non può essere negato da nessun modello causale. 

Paolo Bozzi, Fenomenologia sperimentale, Mimesis Edizioni, 2025, 28€, 360 pp.

Questo punto diventa oggi decisivo. Viviamo immersi in simulazioni e mondi virtuali, circondati da interfacce che promettono di sostituire il reale con sue copie digitali. Eppure qualunque mondo virtuale deve rispettare le regole fenomeniche che Bozzi considerava invarianti. Perché la percezione funzioni, il mondo, qualunque mondo, deve mantenere coerenza. Un oggetto che si avvicina deve ingrandirsi, un’ombra deve seguire una traiettoria leggibile, un suono deve apparire provenire da un punto nello spazio. Non è possibile ingannare la percezione senza riprodurne la struttura. In questo senso, il pensiero di Bozzi risulta sorprendentemente attuale: anticipa i problemi che oggi affrontano la realtà aumentata, la simulazione digitale e la progettazione di ecosistemi virtuali. Ci ricorda che non esiste percezione che non sia fondata su un mondo dotato di una regolarità sufficiente a sostenere l’esperienza. 

A chi lo accusava di trascurare la metafisica, Bozzi rispondeva con ironia. Una volta immaginò di trovarsi davanti a San Pietro, costretto a giustificare un ateismo dedicato, paradossalmente, all’osservazione appassionata dell’opera più perfetta che gli fosse stata concessa: il mondo stesso. Era il suo modo di affermare che le cause ultime, qualunque esse siano, hanno poco significato di fronte alla potenza dell’apparire. Lo stesso valeva per il genio maligno: anche se l’universo fosse il prodotto di una simulazione, i fenomeni dovrebbero comunque possedere la stessa coerenza. L’esperienza diretta resterebbe invariata. 

Fenomenologia sperimentale non è un libro per nostalgici, ma un manifesto per chi vuole continuare a pensare la percezione come esperienza viva. È un invito a guardare il mondo senza filtri, a ricominciare da ciò che appare, a considerare fino in fondo l’idea che il reale si offra con una chiarezza che nessuna simulazione può eguagliare. Bozzi ci consegna una lezione essenziale: senza fenomeni non c’è scienza, senza mondo non c’è percezione e senza percezione non c’è conoscenza. Ed è forse questo il motivo per cui oggi risulta più contemporaneo che mai. 


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